L'insostenibile leggerezza del pregiudizio (trascrizione dell'intervento)

Biagio di Isernia

A seguito delle segnalazioni che evidenziavano qualche difficoltà di ascolto dell’intervento, dovuta all’acustica della sala dove si è tenuto il convegno, riportiamo di seguito la trascrizione dello stesso.

 

Avv. Biagio di Isernia:”Come tutti noi sappiamo, in Cina sono milioni i bambini che vivono e lavorano come schiavi, per produrre scarpette di gomma, oggetti tecnologici e buona parte degli articoli che noi occidentali acquistiamo quotidianamente.

Come tutti sappiamo, in Africa milioni di persone muoiono di fame o di malattie, quando per sfamarli o curarli basterebbe dirottare, in loro favore, una piccola parte degli sprechi di cibo dell’occidente o acquistare farmaci salvavita.

In pochi, invece, sanno che, nel mondo, il 40% delle violenze familiari viene perpetrato a danno degli uomini, da parte delle donne.

L’accostamento di queste tre vicende, così diverse tra loro, trova la sua ragione nel fatto che molti fenomeni, pur giungendo a conoscenza dell’opinione pubblica, non vengano poi considerati con la giusta attenzione.

La violenza sulle donne è un argomento sul quale sono giustamente puntati i riflettori, vista la sua stringente attualità.

Eppure, sino a qualche tempo fa, anch’essa scontava il medesimo disinteresse, quando non si scontrava addirittura con l’ostilità dell’opinione pubblica.

Oggi, stessa sorte tocca alla violenza che vede l’uomo come vittima.

Ancora non sono lontani i tempi nei quali la donna, vittima di violenza, anche sessuale, veniva tacciata di essere una poco di buono, quasi avesse contribuito e dato adito, con il suo comportamento, alla causazione di quella stessa violenza.

Parimenti, non sono lontani i tempi nei quali, se una donna indossava una minigonna, tutto sommato… se l’era andata a cercare…

Neppure sono lontani quei tempi nei quali, se una donna diceva di no, in fin dei conti… voleva dire di sì.

Ebbene, stando al sentire comune di quei tempi, alla già intollerabile violenza subita dalla donna, si aggiungevano la condanna e il biasimo sociale, lo stigma dell’impurità, la cultura del dubbio e l’insostenibile leggerezza del pregiudizio. Lo stesso insostenibile pregiudizio che oggi non permette di riconoscere e identificare l’uomo come possibile vittima di violenze da parte della donna.

Anzi, quando oggi un uomo subisce violenza da parte di una donna, la prima considerazione che facciamo è che sia debole, poco virile, ridicolo, incapace di difendersi “persino” da una donna.

Eppure, la simmetria con la concezione della donna vittima di violenza, risalente a qualche lustro fa, dovrebbe essere illuminante.

Non dovrebbe ugualmente sfuggire che questo additare e ridicolizzare l’uomo vittima di violenza, lo metterà di fronte a una scelta terribile: denunciare e sentirsi, per ciò solo, irriso, deriso e non creduto, dalla società e dalle istituzioni; tenere per sé tutto quello che subisce, continuando a mortificarsi e a soccombere; infine, potrà reagire proprio secondo quello stereotipo che lo vuole prevaricatore e violento, con ciò innescando una nuova violenza, di segno opposto.

In altre parole, invece di risolvere un problema, se ne crea un secondo.

A differenza di quanto comunemente accade, non pare giustificabile in alcun modo che fenomeni quali violenze fisiche, psicologiche, sessuali, stalking, ricatti operati mediante l’abuso dello strumento giudiziario e mediante il rapporto con i figli, vengano sottaciuti o considerati meno rilevanti o meno dannosi, se operati in danno dell’uomo, di quando avvengano a parti invertite.

Nemmeno la statistica deve poter essere considerata un elemento dirimente e discriminante, sia perché, quando si difende un principio, non si può guardare alla quantità, sia perché, stando alle ultime ricerche, il fenomeno ha assunto proporzioni tutt’altro che marginali.

Un altro elemento da non trascurare consiste nel fatto che, dare rilevanza solo alla violenza commessa in un senso, stia lentamente radicando, nelle nostre menti, che vi sia un genere composto unicamente da persecutori e un genere composto esclusivamente da vittime, che sempre più tendiamo ad associare rispettivamente agli uomini e alle donne, correndo il rischio di identificare in essi il bene e il male assoluti, santificandone uno e demonizzando l’altro.

Questa deriva manichea, seppur di impatto immediato e rassicurante, perché ingenera la falsa convinzione di aver identificato il nemico da combattere, rappresenta non solo il pericolo di non riconoscere la violenza nei suoi vari aspetti, quanto piuttosto di amplificarne gli effetti.

Bisognerebbe, invece, focalizzare l’attenzione anche su fenomeni che dovrebbero destare la massima attenzione e preoccupazione, soprattutto nei media e negli intellettuali, invece di essere al più considerati fenomeni marginali e trascurabili. Ad esempio…

22 gennaio 2015 – Donna incinta accoltella il compagno per gelosia a Catania; e ancora…

Evira per due volte il marito fedifrago e getta il pene dalla finestra; ancora…

5 gennaio 2015 – Bologna, uccide marito con vaso di cristallo e a colpi di forbici: “Mi maltrattava”; oppure…

Lancia l’acido all’ex: aveva già tentato di evirare un altro ragazzo; oppure…

Uccide il figlioletto per raccontarlo su Twitter: gli iniettava sale nel corpo; oppure…

Torre del Greco, uccide il convivente e tenta di dar fuoco alla casa; e persino…

È morto l’uomo seviziato dalla moglie per gelosia: torturato ai genitali e all’intestino con un portarotoli dalla moglie. La moglie indagata per omicidio preterintenzionale; e finanche…

Vienna, 22 nov. – E’ stata condannata all’ergastolo la donna che ha confessato di aver ucciso, smembrato con una motosega, nascondendo poi i resti nel surgelatore della gelateria dove lavorava, l’ex marito e l’amante.

Mi chiedo se chiunque di voi sia a conoscenza di tutte queste notizie.

Di questo, semplicemente, non si parla…

E si sa: se non se ne parla, non esiste…

Intanto, nascono gruppi su facebook che si chiamano: “Donne che odiano gli uomini”.

Una ex direttrice di un quotidiano nazionale, attualmente in forza alla televisione pubblica, in occasione della festa della donna, dichiara: “Donne, usate la ferocia e il ricatto con gli uomini che non vi rispettano. Minacciateli”. E ancora: “Minacciate anche voi. Ne sapete abbastanza, cercate il dettaglio che vi arma dell’arma del ricatto. È triste, d’accordo, ma è l’ora di usare l’unica lingua che conoscono. Siate feroci. Potete esserlo”.

Mi chiedo: dove potranno mai portarci pensieri e messaggi di questo tenore?

Ed ecco che, nelle denunce presentate nelle questure dai pochi uomini che hanno deciso di non curarsi del risolino del brigadiere o dell’infermiere, si legge di spintoni, strattonamenti, schiaffi, pugni, calci, tentativi di soffocamento, sequestri di persona, ustioni, avvelenamenti, lesioni ai genitali, investimenti con l’auto, ferite da corpo contundente, coltelli e forbici.

Quello che più difficilmente emerge, perché non lascia segni visibili, sono le violenze psicologiche, le umiliazioni, gli insulti, le denigrazioni, le violenze sessuali, che si possono esplicitare in vario modo, dal rifiuto di intrattenere rapporti alle sevizie ai genitali.

E ancora: le false denunce, le persecuzioni giudiziarie, le calunnie, le diffamazioni e l’ostruzionismo al mantenimento di un sano rapporto tra il padre, soprattutto se separato, e i suoi figli.

E allora: se ci sono sempre più uomini disposti a squarciare il velo della vergogna, possiamo dire lo stesso delle istituzioni che dovrebbero proteggerli?

Sono sotto gli occhi di tutti i casi eclatanti di accuse false, mosse da parte di donne senza scrupoli, per violenze, sia fisiche, che sessuali, quando non addirittura a danno dei figli minori.

Una volta accertata la totale innocenza dell’uomo e la consapevolezza, da parte della donna, che questi fosse innocente, in quanti casi si procede d’ufficio per calunnia?

Quante volte, invece, si tralascia questo passaggio?

Perché si lascia questo margine di tolleranza, che consente di adoperare in maniera ricattatoria e ritorsiva gli stessi strumenti della giustizia, anche penale?

Il problema, come sempre, è innanzitutto culturale. Fino a che non supereremo gli stereotipi e i pregiudizi e non capiremo che non esistono vittime di serie A e vittime di serie B, non riusciremo a vincere la violenza, ma sprecheremo tutte le nostre energie per cercare di tamponare fenomeni parziali.

Una società moderna ed evoluta è una società che parte dai principi assoluti, cui tende e cui riconosce pieno valore, e ne estrapola le regole da applicare ai casi concreti.

Una società, invece, che faccia della mera immagine e dell’opportunismo la sua bandiera, non potrà che seguire il procedimento inverso, tentando di estrapolare la regola dal singolo caso, a discapito delle conseguenze e condannando alla deriva culturale l’intero meccanismo sociale.

La tutela dei diritti non può e non deve mai essere unidirezionale.

Non deve creare categorie di buoni e di cattivi, ma deve tendere a ristabilire l’ordine sociale.

Se si ha a cuore solo l’interesse particolare e non il principio generale, si corre il rischio (meglio: si avrà la certezza) solo di creare fazioni contrapposte, che non faranno altro che portare argomenti a favore dell’uno e contro l’altro, senza capire che si tratta, in realtà, di un fenomeno unico, che si manifesta in due forme diverse.

Non possiamo abbassare la guardia, quando applichiamo la legge, sia in ambito civile, che penale, di fronte a violenze che automaticamente cataloghiamo come “meno gravi”, “meno dannose”, o addirittura non consideriamo proprio, solo perché autrice ne sia una donna.

La legge, che deve essere strumento di riequilibrio e ristoro del torto subito, non può e non deve trasformarsi in strumento mediante il quale perpetrare ulteriori sevizie.

Ciò rappresenterebbe solo un ulteriore torto (stavolta inflitto per mano di quella stessa società e di quella giustizia che dovrebbero invece soccorrere la vittima).

Una vittima di violenza, vessata una seconda volta dall’ingiustizia, vedrebbe cristallizzare in sé la terribile convinzione che sia inutile vivere onestamente e confidare nella Giustizia.

In un sol colpo, gli si fornirebbero la giustificazione morale e lo stimolo a mettere in atto comportamenti contrari alla legge, ma pragmaticamente più efficaci.

In conclusione, se si osserva il fenomeno con un’ottica parziale, non si fa altro che elevare il livello dello scontro, con risultati controproducenti. Se invece la visione rimane aperta, si può instillare la cultura della non violenza a tutto tondo, con risultati sicuramente migliori.

L’uomo vittima di violenza merita la stessa dignità di chiunque altro, soprattutto quando quella violenza si esplichi in un ambiente quale quello domestico, dove si concentrano gli affetti e l’emotività, e dove, come chiunque altro, egli dovrebbe trovare accoglimento e sollievo, non ostilità e mortificazione.

Il mio augurio è che, sempre più spesso, la mano sul volto venga appoggiata solo per  fare una carezza o, al più, per asciugare una lacrima.

Albert Einstein disse: “È più facile spezzare un atomo, che un pregiudizio”.

In questo caso, una verità assoluta, ma il messaggio è e deve essere: “LA VIOLENZA È SEMPRE VIOLENZA”!

Qui si può vedere il video dell’intervento.

L'insostenibile leggerezza del pregiudizio (trascrizione dell'intervento) ultima modifica: 2015-03-20T15:21:42+00:00 da di Isernia