Il codice rosso e le violenze subite dagli uomini.

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Gian Ettore Gassani e Biagio di Isernia

Di cose così gravi non si parla mai abbastanza e tutte le energie profuse sono utili e ben spese.

Quello che mi lascia perplesso è la mancanza di visione globale del fenomeno.

Sono anni che snocciolo statistiche, cito articoli di giornali e fatti di cronaca, riporto studi scientifici, ma a me pare sempre più che la tendenza sia quella di fingere che certi fenomeni non esistano.

Che poi non è altro che quello che accadeva 60 o 70 anni fa, quando la violenza sulle donne era un fenomeno nemmeno preso in considerazione.

Dopo tutto questo tempo, invece di fare un balzo in avanti di civiltà e progresso, ristabilendo un equilibrio, abbiamo semplicemente fatto pendere la bilancia dall’altro lato, come se gli uomini che oggi sono vittime dovessero scontare le colpe di quelli violenti vissuti nelle generazioni precedenti.

Per un verso, apprezzo che vengano fatti passi da gigante in ambito legislativo e di sensibilizzazione, per quanto riguarda un certo tipo di violenza di genere.

Dall’altro verso, mi rammarico nel constatare che, su altri fronti, si regredisca sempre più.

Io non posso, non voglio e non devo convincere nessuno dell’esistenza e della gravità di un fenomeno, ma desidero far nascere un interrogativo nella mente e nel cuore di chi si occupa di questi fenomeni e dell’opinione pubblica in generale.

Sono anni che si parla di violenze di genere in danno delle donne.

Giustissimo e doveroso.

Anche il peggiore dei sordi, ossia chi non abbia voglia di sentire, ormai conosce la portata del fenomeno.

Quello che stupisce è la mancanza di sensibilizzazione in ordine al principio sotteso, ossia che quella da condannare sia la violenza, sempre e comunque, e non il maschio in sé.

Siamo sicuri di avere una predisposizione neutrale alla condanna degli episodi violenti?

Vi faccio qualche esempio, tra le migliaia possibili:

– Un uomo, dopo una lite, ha amputato i seni della moglie nel sonno e li ha gettati dalla finestra.

Sento il raccapriccio che ribolle nelle vostre viscere.

– Un altro uomo ha ucciso e smembrato con la motosega l’ex moglie e persino l’amante, nascondendo i pezzi nei congelatori della gelateria dove lavorava.

Percepisco la rabbia che monta in voi.

– Un altro uomo ha picchiato la moglie e l’ha sodomizzata con un portarotolo di marmo fino a farla morire per averle perforato l’intestino e distrutto i genitali.

…Orrore.

…Come è giusto che sia.

La domanda è: siamo indignati e sconvolti da queste notizie perché ripudiamo la violenza o perché questi episodi hanno visto una donna come vittima?

Sono sicuro che tutti risponderemmo, di primo acchitto, che queste notizie ci turbano perché siamo contrari alla violenza.

E io sono convinto che la risposta sia formalmente sincera.

Ora, mi tocca informarvi che invece questi episodi, pur essendo realmente accaduti, lo sono stati a parti invertite.

Una donna ha amputato il pene per ben due volte al marito, di cui la seconda in ospedale dove gli era stato riattaccato, gettandolo dalla finestra.

Una donna ha massacrato i genitali del marito e l’ha sodomizzato con un portarotolo di marmo fino a perforargli l’intestino, lasciandolo morire così.

Sempre una donna ha ucciso il marito e persino l’amante, ne ha smembrato i corpi con una motosega e ha nascosto i resti nei congelatori della gelateria nella quale lavorava.

E non sono affatto episodi isolati. Potrei menzionarne decine… centinaia.

Quando riportavo queste notizie negli altri convegni in maniera diretta, ossia senza aver finto prima che a esserne vittime fossero donne, si sentivano risolini, si vedevano facce ilari e le uniche espressioni erano volte a sminuire la loro importanza.

Ora, vorrei che dentro di voi vi chiedeste se la reazione emotiva che provate sia la stessa di prima, quando pensavate che le vittime di questi orrendi crimini fossero donne.

Non perché siate persone insensibili o incoerenti, ma perché siamo abituati a considerare l’uomo come il soggetto forte e la donna come quello debole.

L’uomo come abusante e la donna come abusata… E così via.

Eppure, dobbiamo imparare a superare questi stereotipi e a riconoscere che qualsiasi essere umano abbia pari dignità di vittima e ad additare i carnefici, chiunque essi siano, senza alterare i nostri parametri di giudizio.

Si potrà obiettare che il fenomeno abbia portata marginale, ma così non è.

Innanzitutto, quando si difende un principio, i numeri non contano più, ma anche questi risultano niente affatto trascurabili.

Limitando il campo ai soli omicidi, nel 2017 sono stati uccisi in ambito familiare 89 donne e 37 uomini (fonte ISTAT).

37 è sicuramente meno di 89, ma siamo quasi alla metà.

In altri termini, è stata uccisa una donna ogni 4 giorni e un uomo ogni 10 giorni, dato non certo trascurabile.

Questo, per non parlare delle altre forme di violenza o di lesioni, più o meno gravi, inferte e subite, sia a livello fisico, che psicologico, oltre alle tante denunce strumentali che vengono sporte contro gli uomini nel corso dei procedimenti di separazione e divorzio che, ricordo, risultano essere false e/o infondate in circa l’80% dei casi (fonte Senato della Repubblica).

Attualmente, invece, il mondo si divide tra chi ignora completamente il fenomeno, chi lo minimizza o lo giustifica (come se la vita anche di un uomo non valesse quanto quella di una donna) e chi addirittura fa il tifo per le aggredenti.

Se si chiede rispetto, c’è bisogno che lo stesso rispetto ci sia da entrambe le parti.

Di tutto questo, nei media non si parla.

Per un uomo, poi, è socialmente mortificante denunciare di essere stato oggetto di violenza domestica.

Non a caso, sul fenomeno sono nate anche teorie, quali quella della cosiddetta “cortina di pizzo” di Warren Farrell, studioso statunitense di violenze domestiche, secondo cui, quando a commettere un’efferatezza è un uomo, ci si concentra sul gesto, mentre, quando a commetterla è una donna, ci si concentra sui motivi e si giunge inevitabilmente alla conclusione che si tratti “solo” di una distorsione, che al massimo dovrà essere curata.

Se un uomo dovesse trovare il coraggio di denunciare le violenze subite, nessuno gli crederebbe e verrebbe persino deriso.

Ma, mentre prima la derisione si limitava al sorrisetto del questurino che raccoglieva la denuncia o dell’infermiera che medicava le ferite in ospedale, oggi il ludibrio è social.

Cosicché, si assiste a fenomeni di vero e proprio cyberbullismo ai danni di chi è già stato vittima di atrocità inenarrabili, il quale dovrà fare da parafulmine allo scherno e alle offese di chi gli toglierà anche la dignità di essere umano.

A quel punto, l’uomo non sarà più uomo, ma un essere debole, poco virile, ridicolo e incapace di difendersi PERSINO da una donna.

Consapevole di ciò, l’uomo maltrattato si troverà di fronte alla scelta atroce se non denunciare le violenze subite, se esporsi al pubblico ludibrio o se riaffermare una mascolinità rude, diventando violento a sua volta e innescando una spirale di violenza dalla quale non si uscirà mai.

In poche parole, invece di tentare di risolvere un problema, se ne creerà un secondo.

Del resto, quanti centri di accoglienza per uomini vittime di violenze domestiche ci sono in Italia?

Io ne conosco solo 2.

Quanti ce ne sono per uomini maltrattanti che riconoscono di avere un problema e desiderano risolverlo? Pochi.

Quanti ce ne sono per donne maltrattanti che riconoscono di avere lo stesso problema e intendono curarsi? Zero.

Partiamo dal presupposto che chi agisce violenza abbia un problema personale e/o culturale.

Una visione unidirezionale di contrasto alla violenza endofamiliare non può che inasprirne le conseguenze, rafforzando la divisione in fazioni, dalla quale non potrà mai nascere qualcosa di buono e positivo.

Invece, fare fronte comune, portando avanti un principio condiviso, rimane la vera e unica forma di evoluzione socioculturale.

Continuare a battere sul tasto che vuole un genere per antonomasia vittima e l’altro carnefice non farà altro che inasprire quella che, a tutti gli effetti, diverrà sempre più una guerra tra bande, con la conseguenza di generare solo ulteriore degrado umano ed emotivo.

Quello che distingue un aggressore da una vittima non è il genere sessuale, ma il comportamento violento, agito o subito.

La guerra non è di un genere contro l’altro.

L’unico nemico da sconfiggere è la violenza, di qualsiasi colore, perché la violenza è SEMPRE violenza!

Il codice rosso e le violenze subite dagli uomini. ultima modifica: 2019-11-11T11:54:21+01:00 da di Isernia